Recensione La Fine di Mats Strandberg

Qualcuno aveva ipotizzato che con la pandemia in corso, molti autori (e soprattutto tanti lettori) avrebbero abbandonato l’argomento apocalittico. Ma a giudicare dalle nuove pubblicazioni a tema siamo bel lontani da quel giorno. In questo caso però, siamo in nel campo di una fine del mondo che non ha alcun “post”, perchè come Mats Strandberg ci palesa fin da subito nel titolo, questa è davvero “La Fine“.

Di cosa parla il libro

Bastano poche righe per descrivere la trama di questo libro. Una log line che già ci racconta tutto: “Il mondo sta per essere spazzato via dall’arrivo di una cometa, Foxworth, senza che nessuno possa farci assolutamente nulla”. Dimenticatevi quindi avventure alla “Armageddon” dove un manipolo di eroi si sacrifica per salvare il pianeta. Nessuna falsa speranza con le grandi potenze che collaborano per una missione di salvataggio o il lancio di una serie di missili per distruggerla. Nessuna sorpresa dell’ultimo secondo con la cometa che sfiora il pianeta e prosegue la sua corsa nello spazio.

Il mondo sta per finire. Lo sanno tutti e non ci sarà nulla da fare in merito.

E in effetti l’autore non racconterà praticamente nulla di questa cometa, visto che non è in discussione la sua traiettoria o la possibilità che non sia la fine del genere umano sul nostro pianeta. E’ un semplice dato di fatto. L’umanità sta per essere spazzata via.

Il punto quindi è soltanto uno: cosa fareste voi se sapeste con estrema precisione il momento in cui tutto finirà?

Al cinema siamo abituati a vedere la catastrofe globale, la violenza che dilaga, una distopia sociale che prende presto il sopravvento, così come gli istinti più selvaggi dell’animo umano. Ma qua quello che ci viene raccontato è soltanto un piccolo quadretto di una città di provincia svedese, dove pur con tutte le nuove limitazioni e una condizione senza precedente, la vita in qualche modo cerca di continuare nel migliore dei modi.

A dire il vero quello che stupisce più di tutto, è proprio come quasi tutti i personaggi coinvolti vivano in effetti una vita piuttosto normale, senza essere travolti da comportamenti esasperati, se non quelli che la consapevolezza di essere vicini alla morte di tutti i propri cari (e la propria) può comportare.

Il punto di vista presentato è soltanto quello di due dei protagonisti, Simon e Lucinda. Il primo che vive nel peggiore dei modi i suoi tormenti d’amore per la sua Tilda, che proprio in quest’ultima fase decide di lasciarlo per vivere al massimo le sue ultime settimane di vita. Il secondo è quello della sua migliore amica, ma anche malata terminale di cancro che si trova ora però in una situazione particolare: prima soltanto lei sapeva che sarebbe morta di lì a breve, ora invece è destino comune per tutti.

Proprio Tilda sarà il comune denominatore tra i due. O meglio, l’omicidio di Tilda, che li porterà a incrociare le loro strade per risolvere questo mistero. Un modo per rendere onore all’amica, ma anche per dare un senso a quegli ultimi giorni e trovare, insieme a un briciolo di verità, anche una nuova ragione di vita.

Recensione La Fine di Mats Strandberg

A fronte di alcune cose che mi sono molto piaciute, ho trovato diversi problemi con la stesura di questo libro. Partiamo dalle cose positive, come appunto il dato di fatto: il mondo sta per finire. Per una volta non ci sono escamotage improbabili dell’ultimo secondo che risolveranno la situazione, nè del resto si perde un solo secondo per raccontare scientificamente i perchè e per come l’arrivo di una cometa del genere non lascerà alcuno scampo non solo all’umanità, ma a ogni forma di vita su questo pianeta.

Si tratta letteralmente, della Fine.

Tolto questo peso terribile, che cosa resta quindi? Il punto fondamentale è appunto la reazione delle persone a questa consapevolezza, che non lascia alcuno scampo. Soprattutto nei giovani protagonisti della storia, che di fatto è comunque uno “Young Adult” per stile di narrazione e contenuti.

Certo c’è qualche forma di violenza estrema (comunque tenuta ai margini della storia), ma la percezione è che nonostante tutto, le cose procedano meglio del previsto. C’è ancora chi va al lavoro, vengono consegnati tutti i beni di prima necessità, gli ospedali lavorano per quanto possibile. Si fanno feste, si fa (tanto) sesso. Persino le immancabili derivazioni religione di sette che si prendono cura del terrore delle persone incanalandolo in varie strade mitologiche, non sembrano essere così pericolose come spesso rappresentate.

Insomma tutto è presentato in modo che ci si possa concentrare perfettamente e solo su quanto concerne i personaggi principali in gioco. Con le loro emozioni e la loro storia.

E qua viene la parte che mi è piaciuta meno. Perchè alla fine proprio Simon e Lucinda si arrovellano spesso inutilmente su alcune banalità che potrebbero essere risolte in una frase invece che in diversi capitoli (che per inciso, rappresentano ognuno una giornata, con un countdown verso la fine del mondo). Tante parole spese nel diario di Lucinda e altrettante nei pensieri di Simon. Pure troppe, visto che è tutto già piuttosto chiaro.

Non ho trovato insomma il dono della sintesi, intesa come evocazione. Si racconta tutto, per filo e per segno, anche più e più volte, anche con diversi punti di vista. Ma non ce n’era un gran bisogno visto che è tutto fermo in superficie. Non c’è un gran spessore nei sentimenti, nonostante vengano evocati continuamente.

Ci sono tutti i canoni per fare qualcosa di pazzesco, per sviscerare davvero l’animo umano fin nel profondo, visto che siamo al punto in cui nessuno ha più nulla da perdere. Ma la percezione invece è che sia appena sfiorato il potenziale. Si è usata una mano leggera, perfetta forse per un pubblico particolarmente giovane alle prime letture, o affascinato dalla parte più “romance” del romanzo (che poi è quella preponderante).

E in questo senso, ovvio non posso che promuoverlo. Però, peccato. Perchè di fondo non capisco come mai fermarsi a questo. Io sono convinto che anche i giovani lettori possano apprezzare più di una spolverata di sentimenti e di baci. Di certo, l’avrei apprezzata di più io.

 

 

 

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