Recensione Alien Virus Love Disaster

C’è sempre molta attesa per le nuove uscite di Zona42, editore che in questi anni è riuscito a creare una forte fidelizzazione con il proprio pubblico di appassionati, garantendo un’accurata selezione nelle sue opere editoriali. Scelte mai banali e piuttosto originali, come questo “Alien Virus Love Disaster” di Abbey Mei Otis.

Una raccolta di racconti che ci porta in un mondo particolarmente cupo e disperato, tramite dodici storie che, come citato nella quarta di copertina, narrano di : “…Un luogo dove gli alieni non solo esistono, ma vivono insieme a noi e pagano per vederci lottare; dove i ricchi organizzano feste stravaganti e i bambini giocano dentro scheletri di case mai finite; dove creature misteriose compaiono in supermercati occupati e melanconiche ragazze lunari si struggono in riva al mare“.

Recensione Alien Virus Love Disaster

recensione alien virus love disasterGli statunitensi sono riusciti a ridurre la scrittura a schemi e formule chimiche, a lezioni preconfezionate e metodi funzionali. Hanno scuole di scritture, Masterclass e riconoscimenti prestigiosi. Abbey Mei Otis fa parte di questo movimento ed è brava, molto brava, a scrivere. È sicuramente uno dei meriti di questa riduzione cabalistica delle letteratura.

Anche senza andare a leggere la quarta di copertina o i ringraziamenti di questa notevole antologia di racconti, dove è specificato più volte come l’autrice sia il frutto di un percorso ragionato che l’ha portata al mestiere di scrittore, si viene edotti di questa sua bravura: le frasi cercano l’effetto sensazionalistico, le metafore argute e mai banali sorprendendo di volta in volta il lettore mentre i racconti scorrono senza troppi scossoni.

Alien Virus Love Disaster è il racconto che da il titolo al lotto ed è forse quello più scontato. Tuttavia, didascalico e deciso, serve a dare la cifra argomentativa/stilistica di quelli a seguire. Più che fantascienza che indaga il presente, difatti, i racconti parlano di momenti dell’essere umano, dove l’essere è da intendere verbalmente, di solitudine e mancate accettazioni.

La Otis scrive in una prima persona corale. L’io narrante è sfaccettato nei personaggi che pennella, si disfa tra uno e l’altro in un procedere tentacolare e d’effetto, molto funzionale, che sfocia spesso nella meta narrativa: l’io narrante del personaggio dilaga nel punto di vista dello scrittore e vice versa, raccontando le coralità dei protagonisti in un modo che ricorda molto da vicino la pluralità delle opere di Hanif Kureishi.

A perdere è la storia in sé perché è il momento narrativo a farla da padrone. Lunatici, affoga nelle difficoltà di una comunità di abitanti della luna, letteralmente, fuggiti dal satellite perché non abbastanza intelligenti, si adeguano alla vita terrestre fatta di solitudine e di altre solitudini intrecciate coi loro compatrioti. La Otis ne esalta la stanchezza e l’immobilità di Joyciana memoria: nemmeno ci provano più a scappare.

Se potessi essere il Dio di qualcosa” è sicuramente il capolavoro dell’antologia. Nei bassifondi di un futuro grigio e opprimente che somiglia alle favelas brasiliane, giunge il corpo martoriato di un’androide femmina. I ragazzi se ne impossessano, lo innalzano a divinità del loro ristretto gruppo e mentre lo venerano lo distruggono per farlo ancora più loro. Il finale, nella sua assoluta e ragionata tristezza, è incredibilmente bello.

Senza scendere nel dettaglio degli altri racconti – che, come tutte le antologie, hanno alti e bassi – la Otis riconduce ogni pastiche a una trovata originale, come Palahniuk insegna, senza però il genio sconvolgente di quest’ultimo. Ne risulta una lettura pregevole se si è disposti a superare l’artificiosità della scuola americana contemporanea dove, ripeto, la narrazione è sacrificata all’effetto e l’effetto alla trovata estemporanea.

Un plauso a Zona42, casa editrice di grande livello, che oltre a copertine sempre molto particolari, ci ha ormai abituato a una ricerca letteraria tutt’altro che banale e a traduzioni impeccabili.

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