Pericoli di un viaggio nel tempo Recensione

C’erano davvero tanti motivi per cui ho approcciato questo “Pericoli di un viaggio nel tempo” di Joyce Carol Oates con tutte le buone speranze del caso. Forse per questo terminata la lettura non posso che provare (più di) un pizzico di delusione, che proverò a spiegarvi in queste righe.

Fare recensioni non è mai cosa semplice, per cui come sempre preferisco mettere le mani avanti parlando esclusivamente di impressioni a caldo dopo la lettura. E di pensieri questo “Pericoli di un viaggio nel tempo” me ne ha dati molti, anche se devo ammettere non sempre piacevoli.

Di cosa parla il libro

Il libro ci riporta un unico punto di vista, quello della protagonista Adriane Stohl, che racconta subito alcuni punti essenziali della società in cui sta vivendo e della pena a cui è condannata. Adriane vive negli SNAR, gli Stati del Nord America Rifondati che comprendono oltre agli Stati Uniti anche Messico e Canada, in quello che è il 23 anno dopo la rifondazione.

Una società fortemente distopica e dove ogni violazione delle regole vigenti porta a pesanti conseguenze per tutto il resto della propria vita. Adriane ne sa qualcosa, perchè in famiglia anche suo padre ha avuto a che fare con queste regole tanto da essere etichettato come IS (individuo segnalato) con forti ricadute sulle sue possibilità di lavoro e di vita sociale. Nulla in confronto a quello che capiterà a lei però, dopo che a causa di un suo discorso di fine anno verrà condannata a diventare una IE: individuo esiliato.

Già, perchè la punizione per chi osa trasgredire le regole è quanto  mai particolare in questo nuovo mondo. Si viene in qualche modo esiliati in un luogo lontano dove sotto continuo controllo, si cercherà di ottenere una completa redenzione per essere riammessi in società. Oppure, viceversa, ci sono strade decisamente meno piacevoli: si può diventare un IC (Individuo Cancellato, ovvero privato di tutti i propri ricordi e impossibilitato a vedere ogni tuo caro), oppure c’è l’esecuzione (il più delle volte in diretta, in modo che sia un monito per tutti).

La cosa curiosa però, è che gli individui esiliati non vengono deportati in qualche struttura apposita, ma rimandati indietro nel tempo, più precisamente intorno agli anni sessanta, dove Adriane tornerà al liceo come una ragazza normale per prendere il suo diploma.

Le regole per lei sono semplici: non dovrà parlare mai con nessuno della sua provenienza, non può muoversi oltre le dieci miglia dal punto in cui si trova, non dovrà ovviamente fornire conoscenze future di nessun tipo, non dovrà mai violare le regole vigenti nella zona di arrivo e non dovrà mai intrattenere alcun tipo di rapporto “intimo” con nessuno.  Il tutto sotto costante monitoraggio, anche se non si sa nè come nè chi lo effettuerà. Pena per qualsiasi violazione, l’immediata cancellazione dell’individuo.

E così farà Adriane. Diventerà la migliore del suo corso, senza mai dare confidenza a nessuno. Senza fare amicizie di alcun tipo (e come potrebbe del resto, tanto sono diverse le persone per lei in quegli anni), senza pensare ad altro che a scontare la sua pena e tornare dai suoi genitori.

Costantemente tormentata da angosce, spiacevoli ricordi e terribili paure sul futuro, tutto cambierà dopo l’incontro con il suo professore Ira Wolfman. Un colpo di fulmine a squarciare l’apatia di quell’esilio, a ridare colore a una Pleasantville del passato. Ma anche l’incontro con un’anima gemella, anche lei esiliata e proveniente dalla sua stessa realtà.

Ogni loro ulteriore contatto sarebbe proibito. Ogni gesto di affetto e ogni ricordo del futuro, severamente punito. Ma proprio questo legame porterà a scoprire nuove cose di se stessa, nuovi elementi per comprendere cosa le sta succedendo e di certo, una nuova possibilità per il suo futuro. Sempre che ne abbia ancora uno.

Pericoli di un viaggio nel tempo Recensione

L’essere scaraventato subito nel bel mezzo dell’azione, coinvolgendo il lettore con l’uso di questo punto di vista in prima persona che ci avvicina immediatamente alle vicende e alle emozioni della protagonista, è senza dubbio un’ottima partenza per Joyce Carol Oates. L’autrice del resto, è una delle più importanti e prolifiche della letteratura americana, vincitrice di alcuni tra i più importanti premi nazionali e internazionali, capace di spaziare tra generi e formati di scrittura. Lecito quindi avere altissime aspettative, anche nel suo primo approccio con la fantascienza (soprattutto visto che di fatto l’espediente del viaggio nel tempo è solo una scusa per andare poi nel profondo ad analizzare l’animo umano in determinate condizioni di solitudine e difficoltà).

Quello che appare presto palese però, è proprio la pochissima affinità con il genere e, viene da pensare, con le trame e le caratteristiche che lo contraddistinguono.

Il romanzo infatti non si può dire che non sia scritto bene, ci mancherebbe. Però è un continuo quanto scontatissimo flusso di coscienza della protagonista, che racconta le (poche) cose che accadono come una ragazzina meno che della sua età, perdendosi in mille elucubrazioni (anche abbastanza inutili il più delle volte) e perdendo forse di vista tutte le possibilità che ci sarebbero di sviluppare qualcosa in un contesto così particolare.

La trama riferita al “Viaggio nel tempo” in pratica si limita a qualche desolante constatazione di cose che ancora non sono state inventate e di cui Adriane si accorge man mano (o dal fastidio per il fumo e altre abitudini malsane di quei tempi). Il “Romance” della storia d’amore tra lei e il professore (tralasciando le eventuali complicazioni etiche sulla differenza di età e sulla tipologia del rapporto) è raccontato in modo abbastanza banale, con qualche picco di euforia proprio più di un diario di scuola che non di un romanzo.

C’è tutta la parte più introspettiva e psicologica di Adriane, che comprendo debba necessariamente essere vista in modo piuttosto fanciullesco visto che sempre di una teenagers parliamo. Però l’evoluzione del personaggio è piuttosto piatta e a parte le solite lunghissime divagazioni, non mi ha completamente convinto l’analisi stessa della situazione.

Parte della delusione è certamente dovuta al fatto di percepire tutto come piuttosto scontato, già visto e sentito mille volte in tantissimi altri romanzi di fantascienza. Con l’ulteriore aggravante che qua sempre quasi invece crogiolarsi nella compiacenza di aver mostrato qualcosa di particolare, che poi tanto particolare non era affatto. Il piccolo twist finale, non certo difficile da prevedere, persino il tentativo (maldestro) di confondere un po’ le acqua con una possibile spiegazione alternativa della situazione dei due protagonisti, si perdono nell’ennesimo epilogo che lascia, anche quello, un po’ di amaro in bocca.

Superfluo dopo quanto detto, dire che non mi è per niente piaciuto. E lo dico con grande dispiacere perchè è evidente che abbiamo di fronte un’ottima scrittrice. Probabilmente però, non è la sua “tazza di tè”.  O forse, questo libro non è la mia.

 

 

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