Dune, recensione con tanta amarezza

No, lo dico subito, a me questo Dune proprio non è andato giù per niente. Sono rimasto senza parole per lunghe ore dopo la visione del film di uno dei registi che più adoro al mondo, Denis Villeneuve. Ma poi l’amarezza ha vinto sulla bellezza.

Perchè intendiamoci, le due ore e trentacinque minuti di proiezione sono state puro godimento. Dal primo all’ultimo secondo, vedere come questo maestro (sì, maestro) illumina lo schermo è un piacere per gli occhi. Non c’è un frame che non sia perfetto, un’inquadratura che non risalti il momento, una luce o un’ombra che non renda tutto spettacolare.

I personaggi

Ogni personaggio è incastonato come una gemma su un gioiello ancora più prezioso. Persino il musetto perennemente imbronciato e costantemente coperto dal ciuffo (poco) ribelle di Timothée Chalamet sembra ottimamente calato nella parte di Paul Atreides. Malgrado per ora gli manchi quella potenza che riempie lo schermo. Quella per intenderci che ha avuto per esempio Javier Bardem, che in poche semplici battute si è preso la scena su tutti.

O persino uno sbarbato Jason Momoa, nei panni di un Duncun Idaho potente come non si era mai visto. Anche per Lady Jessica l’interpretazione di Rebecca Ferguson è stata molto interessante, oltre che decisamente più in luce rispetto alla precedente trasposizione.

E poi c’è Zendaya, acclamata come protagonista assoluta ma, almeno per il momento, relegata a sogno onirico, a presenza quasi eterea. Sentiamo la sua voce in poche battute finali, e non la vediamo praticamente mai cambiare espressione. Al pari di un Barone Harkonnen, che per la verità non è riuscito a comunicarmi la sua imponenza questa volta, malgrado una rappresentazione comunque efficace. Vale un po’ per tutti gli Harkonnen però.

La magia di Villeneuve

Ho parlato dei protagonisti, ma come ho detto in apertura in verità la cosa che realmente rapisce è la mano di Denis Villeneuve. Non che la cosa mi sorprenda, dopo aver visto tutti i suoi lavori e amandolo in ognuno di questi. Ma qua almeno dal punto di vista visivo si è davvero superato.

Le ambientazioni sono fantastiche e ci trasportano letteralmente tra la sabbia e la spezia di Arrakis, ma anche le imponenti strutture, le grandi astronavi e le ampie sale del palazzo sembrano come dire… reali, pesanti, massicce. La luce accecante del sole del deserto, fa il paio con le buie e cupe atmosfere degli interni.

Poi c’è una terza dimensione ancora, quella dei sogni, del futuro possibile. Una magia che si riesce a percepire ancora più prepotentemente della realtà,  quella vissuta da Paul nei suoi viaggi eterei. La percezione di un qualcosa che ancora deve arrivare, che aleggia nell’aria, è forte. In alcuni momenti più ancora di ciò che accade realmente.

Per quanto il film tocchi tematiche profonde, quello che mi ha colpito di più è l’aurea di misticismo, di profezia. Il senso dell’eletto e di una missione da compiere, malgrado tutte le proprie intenzioni. Quel sentore per cui c’è qualcosa di più grande che guida le nostre azioni, anche se poi tocca a noi scegliere il giusto cammino.

Il grande difetto di Dune (e non solo)

Ma allora cosa diamine c’è che non va in un film praticamente perfetto? Beh, senza giri di parole, quello che non va è il finale. O meglio, il “non” finale.

Lo dico chiaramente, questa “serialità” cinematografica mi ha davvero stancato. Non parlo solo di eventuali saghe (ben vengano), ma proprio di questa malsana volontà di spezzare opere mastodontiche in attesa del responso del botteghino. Basta, ve ne prego.

Sapevo che questo Dune non avrebbe portato a termine in un solo capitolo nemmeno la prima storia dedicata. Avevo cercato di convincere il mio cervello che malgrado l’attesa di due anni, non sarei arrivato all’epilogo in questa visione. Ma un conto è saperlo, un conto è sentir salire quella profonda amarezza quando i titoli di coda lasciano tutto a metà, letteralmente.

E non ci sto più. Non solo perchè impazzisco all’idea di dover attendere almeno altri tre anni (se va bene) per vedere il finale, ma anche perchè in realtà, NON sappiamo nemmeno se riusciremo a vederlo!

Mi chiedo come diamine sia possibile iniziare un progetto del genere, con queste indubbie qualità tecniche e creative, senza pensarlo finito. A parte i costi che si sarebbero dimezzati portando avanti insieme tutte e due i capitoli quanto meno per chiudere il primo libro. Ma penso proprio ai motivi che hanno spinto un regista incredibile come Villeneuve ad accettare un progetto che rischia di rimanere monco. Un progetto del genere!!! Impazzisco, davvero.

No, mi dispiace, non riesco a farmene una ragione.

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One Thought on Dune, recensione con tanta amarezza

  1. Ho il titolo per il seguito!

    “Dune sì, ma rossa, con la cappottina gialla!”

    OK, OK, ho inflazionato la battuta, vado…

    Reply

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